LA CITTA' DEI RICORDI

di Elso Simone Serpentini

Il busto di Saliceti

 

   La cerimonia per l’inaugurazione del busto di Aurelio Saliceti, che si era svolta la mattina di domenica 6 giugno 1880 era stata davvero imponente. Il Teatro Comunale di Teramo, addobbato a festa, era stato gremito in tutti i settori: nel primo ordine di palchi le gentili e belle signorine in elegantissime “toilettes”; nel secondo le signore, non meno eleganti; nel terzo avvocati, magistrati, medici, ingegneri; nel quarto la gente varia, il popolo minuto, e infine in platea le autorità e le varie rappresentanze. Il busto di Saliceti era stato sistemato al centro del palcoscenico, con un pennone a destra e uno a sinistra, recanti la date del 1848 e del 1849, bandiere e vessilli, tra gli oratori che avrebbero parlato del grande patriota, nato a Ripattoni di Bellante nel 1804 e morto a Torino nel 1862. Il sodale di Mazzini, avvocato e docente di giurisprudenza, era stato tra i primi affiliati della Giovine Italia, nel 1848 era stato nominato ministro di Grazia e Giustizia delle Due Sicilie, nel 1849 triumviro della Repubblica Romana ed estensore della costituzione.

     Lo scoprimento del busto era stato salutato da un uragano di applausi e poi dall’esecuzione dell’Inno di Mameli e della Marcia Reale. Dopo di che, aveva preso la parola l’assessore avv. Gustavo De Marco, a nome del Comune di Teramo, seguito dagli altri illustri oratori, tutti applauditissimi: il giovane Vincenzo Guerrieri Crocetti, a nome della gioventù; il vice presidente del Tribunale Enrico Tavani a nome della magistratura; l’avv. Federico Della Cananea a nome degli avvocati. Solo dopo quattro ore il teatro aveva cominciato lentamente a sfollare, dopo la deposizione di una corona d’alloro sul busto di Saliceti, fissato con un nastro rosso.

 

   All’uscita del teatro una gran folla plaudente di studenti, proveniente dal Corso, era andata incontro al pubblico che usciva dal Teatro, nel quale era entrata preceduta dalla banda di Penne. Saliti sul palcoscenico, tre giovani, Nocelli, Scalella e De Lollis, avevano recitato alcune loro composizioni poetiche. I giornali, che già avevano preannunciato con enfasi la cerimonia, che si sarebbe svolta congiuntamente con la festa dello Statuto, la descrissero nei giorni successivi con non minore entusiasmo, parlando dell’importanza di Saliceti e della sua figura integerrima, dell’illustre concittadino il cui busto, dopo l’inaugurazione, era stato collocato nel teatro del Regio Collegio. La stampa aveva anche riportato l’elenco dei sottoscrittori che avevano finanziato sia il busto che la cerimonia, per un totale di 578 lire.

     Erano passati 15 anni da quella magnifica mattinata, ma Teramo e i teramani erano intenzionati a collocare un nuovo busto di Aurelio Saliceti, nei giardini della Villa Comunale, perché, nonostante le ricerche effettuate, quello inaugurato nel 1880 era andato smarrito e nessuno sapeva dove fosse finito. Qualche buontempone faceva notare con amarezza che sembrava si fosse sciolto, come se fosse stato di neve e non di marmo. Si aggiungeva, sempre con grande amarezza, che il grande patriota era davvero quasi dimenticato, pur non essendo passato molto tempo dalla sua morte. Sepolto a Torino, le sue ceneri non si trovavano più e nella vicina Pescara la via intestata a suo nome ora si chiamava via Siena. Fu deciso di aprire una seconda sottoscrizione per reperire i fondi necessari per collocare un nuovo busto. In poco tempo, grazie all’apporto del Comune e “in primis” del sindaco Berardo Costantini e del segretario comunale, avv. Francesco Rodomonti (che tutti chiamavano affettuosamente “Don Ciccio”), della Provincia e degli esponenti della massoneria locale, “in primis” l’avv. Francesco Di Girolamo, fu raccolta la somma necessaria per l’acquisto di un altro busto. Quando il denaro fu raccolto, fu nominata una delegazione incaricata di recarsi a Roma, con un dagherrotipo di Aurelio Saliceti, per commissionare la realizzazione del busto agli stessi scultori che avevano realizzato quello inaugurato quindici anni prima, gli illustri De Petris e Sardella. Il secondo, a suo tempo, consegnando il busto, si era vantato di averlo eseguito alla perfezione, anche perché aveva conosciuto l’illustre uomo di stato e ne ricordava i tratti somatici. Non avrebbe avuto difficoltà, con il suo collega, a realizzarne un altro. Una mattina del mese di marzo del 1895 don Ciccio Rodomonti e tre concittadini partirono per Roma, portando le poco più di 500 lire che erano state raccolte con la sottoscrizione.

     Giunti nella capitale, ebbero la sgradita sorpresa di sapere che gli scultori De Petris e Sardella erano morti entrambi, così dovettero mettersi alla ricerca di una soluzione per non tornare a Teramo senza aver portato a termine la loro missione. Seppero che in via del Corso c’era un eccellente scultore, anche se un po’ bizzarro, che sarebbe stato senz’altro all’altezza della situazione, ma dovettero rinviare la visita all’indomani, avendo trovato chiuso il suo studio. Preso alloggio in un albergo non lontano, Don Ciccio e i suoi amici si trattennero a cena presso un ristorante di un certo livello, che era annesso ad un tabarin. Dopo aver cenato, non resistettero al richiamo del tabarin ed entrarono. Già il desinare, che non era stato parco, era costato una fortuna, le spese del tabarin fecero il resto. A notte fonda, rientrati in albergo, i quattro dovettero constatare che gran parte della somma che era stata loro affidata, frutto della sottoscrizione, si era volatilizzata. Le spese dell’albergo l’assottigliarono ancora di più. Per cui, quando si trovarono nello studio dello scultore, che parve loro davvero bizzarro, e si sentirono chiedere per la realizzazione del busto una somma che parve spropositata, quasi il doppio di quella che era loro rimasta, si sentirono perduti. Che figura! Che cosa avrebbero riferito ai teramani, al sindaco e ai sottoscrittori? Lo scultore di via del Corso non volle sentire ragione: per fare un busto ci voleva non meno della somma che richiedeva, a meno che… A meno che?

     A meno che, spiegò, lo scultore, non si accontentavano di un busto già realizzato, di quelli che si trovavano nel suo studio in quanto commissionati e non ritirati. Don Ciccio rimase perplesso. E la somiglianza? Come sarebbe stato possibile trovare un busto somigliante alle sembianze di Aurelio Saliceti? Esitante, ma speranzoso, tirò fuori il dagherrotipo dell’illustre concittadino, triumviro della Repubblica Romana, e la mostrò all’artista. Il quale sobbalzò, mostrandosi fortemente meravigliato. “Ma è identico!” prese a dire. “E’ proprio identico! E’ proprio lui!” Accompagnò i suoi visitatori nel suo retrobottega, dove erano in vista una diecina di busti, alquanto in disordine, si avvicinò ad uno di essi, realizzato in splendido marmo di Carrara, e lo mostrò, dicendo con enfasi: “Ditemi voi se questo non è il vostro Saliceti!”. Don Ciccio osservò il busto, poi il dagherrotipo. Lo stesso fecero quelli che erano con lui. Assentì con un cenno del capo. Era lui! Era incredibile, ma quella testa seriosa con tanto di barba fluente pareva proprio il Saliceti del dagherrotipo. Quel busto, pagato all’istante e riportato in gran segreto a Teramo, restò, sempre in gran segreto, in un fondaco di Don Ciccio fino al mese di ottobre, quando fu portato nei giardini della Villa Comunale.

     Nel pomeriggio di lunedì 21 ottobre 1895, sotto uno splendido sole, un numeroso corteo che si formò a Piazza Melatino, con in testa le bande musicali di Giulianova, Teramo e Campli, giunse davanti alla Villa, disponendosi in gran circolo attorno al monumento, coperto da una tela. Erano presenti alcuni nipoti e pronipoti dell’estinto e l’illustre ospite, Giovanni Bovio. L’avv. Di Girolamo prese la parola. Mentre parlava, Don Ciccio Rodomonti e i tre che lo avevano accompagnato a Roma fremevano. Al termine del discorso, il busto sarebbe stato scoperto. Che avrebbe detto la folla? Avrebbero riconosciuto in quel personaggio serioso con la barba fluente il grande Aurelio Saliceti? L’avv. Di Girolamo chiuse il suo discorso e la tela cadde. La folla emise un “Ohh” pieno di stupore, poi applaudì freneticamente. Sotto il piedistallo c’era questa scritta: “Ad Aurelio Saliceti la Provincia e la Città di Teramo”. Le bande intonarono gli inni patriottici, dopo di che parlò Luigi Paris, che da poco era subentrato come sindaco a Berardo Costantini, seguito dal sindaco di Mosciano, Emidio Di Francesco. Il notaio Vincenzo Rodomonti lesse l’atto di consegna del monumento da parte dell’avv. Di Girolamo, Presidente del Consiglio Direttivo del Comitato per l’erezione del monumento di Aurelio Saliceti, all’autorità comunale, alla quale restava affidato il mandato di conservazione del busto. Alle 18 una gran folla si riunì nel Teatro Comunale, splendidamente illuminato, gremendo i palchi e la platea. Sul palcoscenico c’erano tutte le autorità, civili e militari, tra un nugolo di bandiere patriottiche. Parlarono l’avv. Di Girolamo, il poeta Vincenzo Guerrieri Crocetti e infine Giovanni Bovio, che, tessendo gli elogi di Saliceti, espose le teorie dei liberi pensatori. Solo poche volte, finché visse, ma senza rivelarlo a nessuno, don Ciccio Rodomonti si chiese a chi davvero appartenesse quel volto serioso con la barba fluente che faceva bella mostra di sé nella Villa Comunale di Teramo, che da tutti, e a tutti gli effetti, fu considerato a lungo, e lo è ancora, il busto del bellantese Aurelio Saliceti.                    

 

   

indice